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LA GIUSTIZIA DI CANDY CANDY PDF Stampa E-mail
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candydi Romina Ciuffa
Un processo iniziato con l'accusa contenuta in una lettera inviata il 13 gennaio 1995 al Tribunale dei minori. Le sentenze di assoluzione di secondo grado e di Cassazione "perché il fatto non sussiste", non sono stati sufficienti al Tribunale dei minori per ritrattare il provvedimento di adottabilità della minore. La più grande vittima del sistema? è sempre la minore, che per anni ha dovuto vivere in un orfanotrofio pur avendo due genitori in grado di prendersi cura di lei.
E ci si accorge che, in Italia, il sistema minorile gestisce l'affidamento ad orfanotrofi di ben 14.000 bambini, producendo un giro di affari di almeno 2000 miliardi di lire l'anno, tra consulenze, perizie e rette giornaliere.

Prendete un foglio e disegnate un fantasma: vedrete com'è facile scambiarlo per quello che si voleva che fosse. Perché è proprio nel disegno di una bambina che una psicologa ha voluto vedere le violenze sessuali su di lei perpetrate dal padre; ed è proprio da quello stesso disegno che si è tratta la sentenza di condanna del Tribunale per il reato di violenza carnale. E meno male che gli indizi devono essere gravi, precisi e concordanti per assurgere al livello di prove. Ma di questa vicenda, si scorge solo la gravità.

Un processo iniziato con l'accusa contenuta in una lettera inviata il 13 gennaio 1995 al Tribunale dei minori da una cugina dell'uomo la quale, sin dal 1993, aveva subìto numerosi ricoveri per "psicosi paranoide psicogena": non era, cioè, in grado di distinguere il vero dal falso. Questo argomento, e le sentenze di assoluzione di secondo grado e di Cassazione "perché il fatto non sussiste", non sono stati sufficienti al Tribunale dei minori per ritrattare il provvedimento di adottabilità della minore. Esso infatti, correrebbe su binari separati dalla mera responsabilità penale del padre, per ricomprendere l'intero quadro familiare che assistenti sociali e psicologi - perfetti sconosciuti - sarebbero - altrettanto perfettamente - in grado di valutare.

Sbagliato. Non è la prima volta che, da un errore giudiziario, le conseguenze negative si moltiplicano a dismisura e vengono ritenute irriversibili: la giustizia viene così decapitata dalla psicologia, quella scienza che si ritiene in grado di arrivare dove la razionalità non giunge. Ed infatti, non v'è nulla di più irrazionale dell'abuso di psico-poteri e, per di più, politicizzati. Viene alla mente il caso di un'altra bambina sottratta ai genitori perché, anche lì, il padre avrebbe abusato di lei.

La povera Miriam Schillaci avrebbe dovuto morire per scagionare il padre, dimostrando che le ferite che il medico aveva con certezza imputato alla violenza carnale perpetrata dal padre ai propri danni, altro non erano che i segni di un carcinoma: ed allora ci si accorge di come le scuse del Presidente della Repubblica e dell'allora ministro della Giustizia siano inutili parole, solo idonee a redarguire l'opinione pubblica dall'infamante calunnia massificata nei confronti di quel padre. La psicologia, nel triste caso di Miriam, c'entrava poco: in tale vicenda infatti, interveniva la più precisa medicina a rovinare un'intera famiglia.

Magra consolazione: ciò permette almeno, di non addossare le colpe di un errore giudiziario alla sola giustizia, ma di equamente distribuirle fra menti concorrenti. Permette, altresì, di intravedere la verità nelle maglie dell'errore e, per quanto possibile, di correggere. La correzione - strano a dirsi - è ancora la migliore e più dignitosa defezione di chi sbaglia ai danni di altri. Ciò sembra non capirlo il Tribunale dei minori coinvolto nella recente vicenda: ma è altrettanto erroneo cercare di scaricare su di esso l'intera carica emotiva popolare. è certo, infatti, che la giustizia minorile non occupa una posizione parallela alla giustizia penale: i due organi giudicanti a volte si intersecano, altre si allontanano completamente, come nel caso del padre assolto ma privato della figlia.

Gli interessi di un bambino, spesso, possono trovarsi distanti dalle conclusioni che semplicisticamente si tirano da una sentenza di assoluzione. Pertanto non si generalizzi la reazione al modus decidendi del Tribunale speciale. Allo stesso tempo, però, non se ne giustifichi l'operato. è così balzata in primo piano la problematica minorile. Era ora. Memore di centinaia di casi di dittatura dell'assistente sociale sui genitori spaesati, la stampa fa esplodere la bomba: il ministro della Giustizia ha annunciato la presentazione di un progetto di legge che prevede l'istituzione in ciascun Tribunale di una sezione specializzata in materia di famiglia e di minori. è pronto il crollo delle dittature, dunque. I genitori - quelli innocenti e spaesati, ben intesi - potranno forse credere in un giusto bilanciamento degli interessi.

Attualmente, il Tribunale dei minori è competente in materia civile a decidere sull'affidamento, sulle adozioni, sulle situazioni relative alla sospensione, alla decadenza o al riconoscimento della patria potestà; per quanto riguarda l'ambito penale, tale organo si occupa dei reati commessi dai minori. Il giudice tutelare si occupa dei passaporti da emettere a favore dei genitori di minori, mentre alla Procura ed al Tribunale ordinario spettano le decisioni in materia di abusi sui minori. Sono in troppi a decidere, senza tralasciare i vincolanti giudizi di psicologi ed assistenti sociali.

Una materia tanto delicata non può essere sballottata in tante sedi. L'istituzione di un pool di 4 giudici togati consente di ricondurre a un unico giudice la decisione, e di sancire altresì il rispetto del principio del contraddittorio, mancante nei tribunali dei minori. Niente più esperti dentro i collegi giudicanti: psicologi, neuropsichiatri infantili, pediatri e criminologi divengono semplici consulenti esterni, ai quali il giudice togato può rivolgersi solo se ne ritenga l'opportunità.

Di converso, i decreti legge approvati dal Consiglio dei ministri prevedono il coinvolgimento dei genitori nelle procedure di affidamento dei figli, nelle separazioni e nei divorzi. Altro passo è quello dell'avvicinamento della sede territoriale del giudizio a quella della famiglia e della semplificazione delle procedure grazie all'unificazione delle strutture. Tanto servirà anche e soprattutto ad evitare processi segreti a carico di imputati privati del proprio naturale diritto di difesa e della corretta assistenza legale.

Dopo l'accusa da parte della cugina del marito, alla madre della bambina l'assistente sociale consigliava di tenersi alla lontana per poter calmare le acque e riprendersi la bambina: la quale, regolarmente, le veniva strappata per più di 6 anni, ancorché fosse stata dichiarata assolutamente capace di accudirla. La più grande vittima del sistema? è sempre la minore, che per anni ha dovuto vivere in un orfanotrofio pur avendo due genitori in grado di prendersi cura di lei. Altro penoso particolare: la madre della bambina comunque, e sin dall'inizio della vicenda, non ha avuto mai alcun coinvolgimento - neppure sospetto - con il reato attribuito al marito dalla cugina psicolabile.

Ma, secondo quanto dichiarato dalla stessa nel corso del Maurizio Costanzo Show, trasmissione che le ha permesso di essere ascoltata dopo anni di silenzi ed ostruzionismo e di sguinzagliare i media, durante gli interrogatori al marito le era stato fatto capire che, se avesse preso le distanze dall'imputato, la bambina le sarebbe stata restituita. Eppure il 24 novembre 1995 la figlia non c'era alla fermata del pulmino dell'asilo che la riportava a casa, perché già era stata rinchiusa in orfanotrofio: e per più di 6 anni non le è stato permesso di incontrarla.

 

Intanto, l'assistente sociale responsabile della situazione veniva indagata per violenza privata, ovverosia per aver costretto la madre della minore alla denuncia: un ultimatum di 3 giorni perché essa raccontasse i fatti alla polizia, o altrimenti lo avrebbe fatto l'ufficio di assistenza sociale e le avrebbe tolto la bambina. Suonava più come un ricatto che come un supporto morale della psicologa, oltre tutto in piena violazione del segreto professionale.

Quest'ultima nel corso dei primi interrogatori negava di aver forzato la denuncia, e affermava altresì di avere manifestato dei dubbi sulla stessa opportunità di presentarla. Successivamente, modificava il contenuto della propria deposizione, affermando di aver spiegato alla madre della bambina - che peraltro si era presentata spontaneamente presso il centro per chiedere consiglio - che un allontanamento poteva essere deciso dal Tribunale dei minori mentre una sua attivazione, invece, poteva farla riconoscere come genitore protettivo. Infine, l'assistente sociale confessava di aver effettuato le pressioni sulla donna, giustificandole con un obbligo di denuncia in capo agli operatori del centro di assistenza anche a partire da un mero sospetto di abuso, pena la passibilità di un'accusa per omessa denuncia.

L'inchiesta veniva così archiviata, per aver agito l'indagata nell'erronea convinzione di dover adempiere un dovere - la denuncia del mero sospetto - anche dove un errore può essere fatale. Emerge, da tale vicenda, l'esistenza di una convinzione spicciola: l'attivazione del Tribunale dei minori sarebbe da molti considerata necessaria alla protezione di questi ultimi, e resa peraltro obbligatoria attraverso l'obbligo di denuncia (testualmente previsto, ad esempio, nella legislazione della Regione Emilia).

Quella stessa convinzione che è alla base di quello che è stato ormai definito "protocollo Forno", una metodica teorizzata dal Pm di Milano Forno, che alimenterebbe la cultura del sospetto più che le indagini basate sulla notizia di reato: è quanto ribadisce il consigliere del CSM Eligio Resta. E allora comincia a sorgere proprio un sospetto (di quei sospetti che Tribunale dei minori ed assistenti sociali ritengono sufficienti per spedire una bambina in orfanotrofio): fosse, quella dei minori, la piazza di un grande mercato?

E ci si accorge che, in Italia, il sistema minorile gestisce l'affidamento ad orfanotrofi di ben 14.000 bambini, producendo un giro di affari di almeno 2000 miliardi di lire l'anno, tra consulenze, perizie e rette giornaliere. La denuncia giunge anche per il tramite di un disegno di legge popolare, primo firmatario l'avvocato Andrea Falcetta, sottoscritto dallo stesso difensore del padre milanese assolto, l'avvocato Guido Bomparola. S'ingrandiscono i sospetti e la rabbia contro un sottomercato dei minori in affidamento, e si attendono le scuse delle Istituzioni e il fiducioso capovolgimento dell'intero sistema.

Nella motivazione del Tribunale dei minorenni che ha confermato l'adottabilità della bambina - ma fra poco dovrà dirsi donna, poiché ha compiuto i 12 anni in orfanotrofio - essa non viene restituita ai genitori naturali poiché è passato troppo tempo e per lei sarebbe un trauma cambiare vita. Bando alle considerazioni per le quali si stenta a intravedere dove sia il trauma per una bambina-adulta nell'uscire da un orfanotrofio e tornare dai propri genitori, forse qualcosa di vero c'è nella motivazione: troppo tempo è davvero trascorso, come affermano i giudici, ed è per questo che è indispensabile la riforma, e la cessazione di un operato tanto superficiale. Quegli stessi giudici ed assistenti sociali forse, dovrebbero provare a tornare bambini e a guardare Candy Candy.
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