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"Io voglio tornare da papŕ" PDF Stampa E-mail
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A 11 anni va da solo in ambasciata: "Per favore, mandatemi in Italia"

ROMA - Marco ha gli occhi tristi e un sogno che vuole realizzare ad ogni costo. Ha affidato la sua disperazione a un diario, scrivendo frasi semplici e strazianti come solo un bambino di 11 anni sa trovare: «Con il marito di mia madre non mi intendo, non gli voglio bene. Mi piacciono la pizza, il mare, le Alpi e voglio giocare a rugby».

 

Marco Masiero, protagonista di questa storia da libro Cuore, non ha esitato a fuggire da un aeroporto, a prendere un taxi pagandolo con i suoi risparmi e a rifugiarsi quattro giorni fa nell’ambasciata italiana di Bratislava, in Slovacchia: «Voglio andare a vivere a Padova con papà», ha detto ai diplomatici che l’hanno ascoltato e per i quali, ora, si è aperto un caso delicatissimo, che coinvolge i rapporti fra due nazioni. Sullo sfondo c’è, come spesso accade, una guerra a colpi di carte bollate fra i genitori separati che si contendono il figlio, convinti entrambi di essere dalla parte del giusto.

La storia di Marco comincia martedì nell’aeroporto di Bratislava. Il bambino è appena sbarcato da un aereo proveniente dalla Tunisia, dove ha trascorso una vacanza con la madre, Berta Ondisova, che è in attesa di un altro figlio, e il secondo marito di lei. La nuova famiglia sta per andare a vivere in un’altra città, Hlivistia, e questo è un problema perché per Marco, che non si è mai rassegnato alla separazione avvenuta nel 2001 della madre e del vero padre, un imprenditore padovano di 46 anni, vede allontanarsi con il trasferimento la possibilità di tornare in Italia.

Deve aver meditato a lungo la fuga, l’ha preparata in silenzio durante il viaggio in aereo dalla Tunisia. E ora la mette in pratica. Approfitta di un attimo di distrazione della madre e si allontana verso l’uscita. Lui, che è ancora un bambino, sale su un taxi, fa vedere i soldi al conducente che lo osserva incuriosito e sospettoso, e gli dà l’indirizzo dell’ambasciata italiana. La notizia del bambino scomparso in aeroporto si diffonde in un baleno, ma il mistero che avvolge la sorte di Marco si trasforma in breve in un caso diplomatico di quelli assai spinosi. Appena viene a conoscenza della fuga del figlio che si è accampato nell’ambasciata, il padre lascia Padova e prende un aereo per Bratislava. Raggiunge il figlio, lo abbraccia, e ricorda di quando, un anno fa, tentò di riportare il bambino in Italia. L’impresa, allora, fallì, e la moglie denunciò l’ex marito per sottrazione di minori. Marco tornò in Slovacchia, dalla madre e da quell’uomo a cui non è mai riuscito a voler bene. «Ha molta paura di restare con la madre e con il nuovo compagno. Ha capito che la vera cultura della famiglia è qui in Italia», è il commento del padre, anche lui di nome Marco.

Da martedì il caso del piccolo è al centro di una complessa trattativa fra Italia e Slovacchia. Il padre ha presentato con urgenza un ricorso al tribunale dei minori di Venezia, ma le sue richieste si infrangono davanti alla perentorietà di una sentenza pronunciata dal tribunale slovacco, che ha affidato il bambino alla madre. «I servizi sociali di Zvolen hanno avuto un comportamento disonesto - dice il padre di Marco - In un primo momento avevano preso atto della dichiarazione del bambino, ma in tribunale hanno sostenuto che il piccolo deve seguire la madre».

Come uscirne? La Farnesina sta seguendo il caso. L’ambasciatore italiano a Bratislava, Antonino Provenzano, ha interrotto le vacanze ed è tornato in sede per dipanare questa matassa legale-diplomatica. «Fino ad oggi - spiega un funzionario della Farnesina - le autorità diplomatico-consolari italiane in Slovacchia hanno esercitato la loro naturale funzione di tutela nei confronti del minore». Ma, fa sapere la stessa fonte, «la competenza giurisdizionale in merito all’affidamento del minore spetta alle autorità giudiziarie della Repubblica Slovacca» che proprio ieri, attraverso il tribunale distrettuale di Zvolen, si sono espresse per la riconsegna del bambino alla madre». A complicare le cose, infatti, c’è che Marco ha la cittadinanza sia italiana che slovacca, ed è quindi soggetto alle leggi di quel paese.

La nostra ambasciata nei giorni scorsi ha promosso una conciliazione fra le parti per giungere a una soluzione consensuale, che tenesse conto della volontà di tutti, e allo stesso tempo ha espresso alle autorità slovacche la speranza che la sentenza del tribunale di Bratislava «tenga conto anche della dichiarata volontà del minore». I risultati della mediazione, però, si fanno attendere. L’angoscia che in queste ore sta vivendo Marco non sembra aver indotto la madre a più miti consigli. «Il padre ha condizionato il bambino - dice Berta Ondisova -. La fuga in ambasciata è farina del suo sacco». Marco, però, non vuole sentire ragioni, e ha affidato la sua disperazione a un diario nella speranza che il suo sogno si avveri.

www.lastampa.it

di Fulvio Milone

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