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| Intervista a Massimiliano Fiorin. Il divorzio č diventato una fabbrica. |
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Il libro suggerisce di ripensare al funzionamento della “macchina”
Bologna 09 Ottobre 2008 - di Graziano Girotti - L'opinione.it - Il divorzio come non ce l’avevano mai raccontato prima. Massimiliano Fiorin, avvocato di Bologna e presidente della locale Camera Civile, nel suo libro “La Fabbrica dei Divorzi - Il Diritto contro la Famiglia” (San Paolo, 304 pagine) ha scritto sull’argomento cose che proprio non ci si sarebbe aspettati. Quantomeno, non da uno che le crisi coniugali le affronta per professione. Invece di spiegarci come ottenere i migliori risultati, infatti, questo “insider” del settore suggerisce di fermare tutto, e di ripensare al funzionamento dell’intera macchina.
Avvocato Fiorin, perché il divorzio è diventato una fabbrica?
Intanto, perché i numeri del fenomeno sono diventati davvero industriali. Ma soprattutto, perché la logica del sistema è ormai quella della catena di montaggio. Proprio come in una fabbrica, tutti gli operatori - avvocati, magistrati, periti - sono chiamati a svolgere un compito univoco che tende allo stesso risultato, quello di confezionare un divorzio il più rapido e meno conflittuale possibile. E questo non è un bene? Basterebbe guardare alle notizie di cronaca che si leggono ogni settimana, per capire che la fabbrica dei divorzi uccide più della criminalità organizzata. E poi, quando si verifica una separazione, dove prima c’era un solo nucleo familiare, subito dopo se ne creano due. Uno composto da moglie e figli, e l’altro dall’ex marito che viene “espulso” di casa. Con tutto quello che ne consegue in termini di affitti da pagare, utenze, costo della vita, eccetera. Ma gli stipendi complessivi della ex-famiglia rimangono gli stessi. Solo un problema economico, quindi? Sono i costi umani quelli più gravi. Vi è un profondo malessere sociale, che si manifesta soprattutto nella prima generazione dei figli del divorzio di massa, che ormai sono diventati adulti. Tutti gli studi condotti negli Stati Uniti, che hanno conosciuto il problema un decennio prima di noi, hanno dimostrato che l’assenza del padre da casa è una potentissima generatrice di comportamenti devianti. Non sarà una semplice riproposizione del modello familiare cattolico? Io credo di avere effettuato una disamina assai “laica” della situazione, proprio perché mi sono ispirato al principio per cui prima bisogna guardare ai fatti, e solo partendo da essi trarre un’interpretazione, senza accontentarsi dei luoghi comuni e delle verità precostituite. Ma così ha messo in discussione i diritti delle donne... Tutt’altro. Io ho denunciato l’impostazione sessista dell’intero sistema delle separazioni, che ha creato enormi squilibri. La fabbrica divorzista ha costruito un sistema che mette i due sessi l’uno contro l’altro, esaltando le ragioni egoistiche di ognuno. Così, la situazione attuale è diventata estremamente squilibrata ai danni del coniuge maschio, e soprattutto del padre. Lei infatti nel libro non dipinge un quadro molto lusinghiero delle femministe, ma nemmeno dei suoi colleghi avvocati. Indica anche qualche rimedio? Dal punto di vista normativo, non credo ci sia da farsi illusioni, ancora per molti anni. Una prospettiva interessante, però, è quella del “covenant marriage”, che già è stato adottato in alcuni Stati americani, come l’Arkansas e la Louisiana. Si tratta di poter stabilire fin dal momento delle nozze, di comune accordo, che il proprio matrimonio sarà un impegno per la vita, e quindi se in futuro uno dei due vorrà divorziare dovrà perlomeno trovare dei validi motivi, e sottoporsi ad un periodo di mediazione familiare. Quanto ai miei colleghi, indico qualche suggerimento per cercare di affrontare determinate situazioni in modo meno conflittuale. Oggi troppi avvocati, seguendo la loro vocazione di difensori dei diritti individuali, arrivano a diventare più litigiosi degli stessi coniugi in crisi. Anni fa c’erano avvocatesse che difendevano solo i diritti delle donne. Lei vuole accreditarsi come avvocato degli uomini? Non ci tengo affatto, anche se non me ne vergognerei. Al massimo come un avvocato della famiglia, anche se penso che per un civilista sia importante non occuparsi soltanto di questo tipo di cause, per evitare di farsi risucchiare dalla logica del sistema.
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