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| Io in guerra per vedere mio figlio |
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Nessuno spiraglio per una separazione consensuale? Ho tentato di raggiungere un accordo con la mia ex moglie, ma mi sono trovato di fronte a un muro. Lei, prima di procedere alla separazione si era documentata e sapeva quasi per certo che il giudice le avrebbe affidato il bambino. Una vicenda lunga, piena di contraddizioni Mi sono trovato, mio malgrado in una causa coniugale con addebito. Il giudice ha stabilito che versassi a mia moglie un milione e trecentomila lire, la casa coniugale restava a lei, nonostante ad acquistarla fossero stati i miei genitori, e il bambino, che all’epoca aveva tre anni, era affidato in via esclusiva a lei. Gli incontri con il papà? Il giudice dispose un ‘regime di incontri’ stretto come lo è nella maggior parte dei casi: 3 ore in un pomeriggio durante la settimana e un weekend ogni quindici giorni che andava dalla sera del sabato alle 20 della domenica. Poi le cose sono cambiate? In corso di causa il giudice ha nominato un consulente tecnico d’ufficio, una neuropsichiatra infantile che, dopo aver interrogato la mia ex moglie e me, ha sottoposto il bambino a una serie di test e ha presentato al giudice un documento di venticinque pagine. Dalla perizia della dottoressa emergeva che mio figlio mostrava dei palesi sintomi di disagio nella convivenza con la madre, che io risultavo essere un padre idoneo all’affidamento al cento per cento e pertanto, nelle conclusioni, la dottoressa indicava che per il bene del bambino sarebbe stato meglio venisse affidato al padre. Quindi il giudice ha modificato il provvedimento? Non nella parte relativa all’affidamento che, inspiegabilmente, è rimasto alla madre. Il giudice ha disposto l’allontanamento della madre dalla casa coniugale, motivando la decisione con il fatto che nello stesso immobile vivevano anche i miei genitori e anche io, che ero tornato da loro, con rischio di continui contrasti. Poi ha aumentato gli alimenti portando la cifra a 1500 euro. Ma la sua ex moglie non aveva un reddito suo? Certamente. Lavoriamo nella stessa azienda pur con inquadramenti differenti. Io guadagno quasi un terzo più di lei, ma il mio stipendio è variabile in base a premi di produzione, quindi non posso fare affidamento ogni mese sulla stessa cifra e 1500 euro sono una bella somma. E per gli incontri? Forse proprio per non disattendere completamente le indicazioni della consulenza tecnica, il giudice stabilì un regime più elastico: potevo vedere mio figlio due pomeriggi a settimana per quattro ore e per il weekend potevo prendere il bambino il venerdì pomeriggio. Ma non è ancora finita A marzo del 2004 è stata emessa la sentenza definitiva di cui misteriosamente sono sparite alcune pagine della motivazione. Ma le disposizioni del collegio giudicante sono state, a mio avviso, a dir poco incredibili. Nonostante i giudici affermino nella sentenza di voler favorire la frequentazione con il padre, il regime di incontri viene ridotto di nuovo. In pratica sono tornato a poter vedere il piccolo, che ora ha otto anni, dal sabato sera alla domenica sera ogni 15 giorni e tre ore in un pomeriggio della settimana. Come si spiega questa incongruenza? Non ho delle risposte ad un’assurdità del genere e l’unica che riesco a darmi è che al giudice sia sfuggito il passaggio intermedio della mia vicenda che mi accordava incontri più frequenti. Pensare a una distrazione in casi del genere è grave, ma non so cos’altro immaginare. Ma la sua ex moglie, che aveva dovuto accettare il regime più elastico, non ha concordato con lei il mantenimento degli incontri? Il suo avvocato mi ha mandato una lettera in cui chiedeva che dessi effetto immediato alle nuove disposizioni del giudice. Nessun accordo, nessun compromesso. Significa non poter fare progetti, non poter organizzare un weekend fuori con il bambino. Se quando lo vado a prendere per strada trovo traffico è probabile che io spenda in macchina il tempo che ho a disposizione con lui. Perché la proposta di legge n.66 potrebbe segnare la svolta? A mio avviso cambierebbe proprio il modo di affrontare la questione. Non si prenderebbe in cinque minuti una decisione sul futuro della coppia e del bambino, l’unico a pagare davvero in situazioni come queste. I coniugi potrebbero fare affidamento su un ‘mediatore’, una persona che gode della fiducia di entrambi che, dopo aver fatto prendere coscienza ai due che la crisi del matrimonio non può e non deve mettere a repentaglio anche il rapporto genitori-figlio, stili un progetto da presentare al giudice. Di cosa si deve tenere conto? Per prima cosa delle esigenze del bambino a 360 gradi. Da come trascorrere il tempo libero alla scelta della scuola. Poi andrebbe effettuata una valutazione in termini economici e di disponibilità di tempo dei genitori. Infine potrebbe essere organizzato un piano che permetta a entrambi di essere partecipi della vita del figlio. E nel caso in cui i genitori siano in forte contrasto, costringerli a cercare un accordo non potrebbe risultare un po’ forzato? Si tratta di un problema culturale in cui convergono anche fattori legati alla maturità e alla sensibilità dei soggetti. Purtroppo allo stato attuale delle cose, si tende a inasprire i contrasti piuttosto che sedarli e intorno al fenomeno delle separazioni sta crescendo un vero business. Il risultato del regime attuale è che abbiamo un numero impressionante di quelli che io chiamo ‘orfani per legge’. Sono fiducioso che con la nuova proposta si possa arrivare ad una ‘soluzione non conflittuale’ del conflitto.
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