|

I figli hanno bisogno, con modalità diverse, di entrambi i genitori. La legge sull'affido condiviso non ha fatto altro che tentare di bilanciare un impianto normativo ormai pregiudizialmente orientato da un favore, spesso ingiustificato, verso la madre.
Caro Don Giancarlo, la piccola aveva cinque anni e si chiamava Melania. Come la sua piccola parrocchiana era salita sul parapetto del balcone della sua casa al quinto piano. Aspettava il suo papà. Lo cercava, lo voleva vedere. Ma la mamma Giuseppina soffriva di crisi depressive, e l'ha spinta giù.
In quella occasione, però, l'Angelo custode di Melania ha lasciato che il destino della piccola si compisse. Il fatto, uno dei tanti, di violenza cieca, che riguardano le madri, e di cui la stampa ci riferisce, è accaduto lo scorso mese di ottobre a Vinovo, piccolo paese in provincia di Torino. Un'altra giovane mamma, come ci racconta Repubblica il 19 novembre 2000, non si è limitata ad uccidere la bimba che aveva appena partorito. Prima di infilarla ancora viva in uno zaino, nascosto poi sotto il letto della nonna, ha preso una cucitrice e ha riempito di spille le labbra della neonata in modo che il suo pianto non si sentisse.
Tanti altri esempi si potrebbero fare. Neppure queste madri erano, forse idonee ad essere né affidatarie né, come, con termine orribilmente crudo, tecnicamente si dice, "collocatarie" dei loro figli e, forse, secondo un giudizio umano, neppure preparate a darli alla luce. Oltre a quella dei padri, spesso disperati, nelle famiglie e con i figli si consuma, infatti, un'altra violenza: quella delle mogli, delle madri, delle donne.
Una violenza che non si esprime in atti fisici violenti, ma per lo più nell'annullamento sistematico, nella vita di tutti giorni e nelle aule dei tribunali, della figura e della autorità dei rispettivi mariti e padri, esclusi dalla famiglia e dall'affetto dei loro figli. I figli hanno bisogno, con modalità diverse, di entrambi i genitori. La legge sull'affido condiviso non ha fatto altro che tentare di bilanciare un impianto normativo ormai pregiudizialmente orientato da un favore, spesso ingiustificato, verso la madre.
Né la bontà di una legge si può misurare sui casi straordinari, come il recente fatto di cronaca che, giustamente, ha scosso Lei, caro Don Giancarlo, e tutti noi.
Il vero problema, e Lei lo sa, e so che parliamo la stessa lingua, sono invece i matrimoni falliti, le separazioni ed i divorzi, che, per la mia esperienza anche professionale, scaturiscono prevalentemente da situazioni di fragilità individuale, nelle quali le persone cercano disperatamente risposte al loro desiderio di felicità in una visione egoistica ed individualistica della vita, esclusa ogni prospettiva trascendente e la Speranza che questa racchiude.
Un vero cancro della nostra società, un mito fomentato da pletore di cattivi maestri che pretendono di insegnare agli altri ciò che neppure loro sanno. Ed è vero: in questo modo, accettando questa visione della vita e del matrimonio che ne permette come una semplice formalità il disfacimento, noi dimostriamo di non essere capaci di amare né la famiglia, né i nostri figli. Tolta dal matrimonio l'accettazione del sacrificio di sé all'altro, resa possibile solo dalla Grazia del Sacramento, noi priviamo i nostri piccoli del bene di cui hanno maggior bisogno per crescere: la loro famiglia, il loro papà e la loro mamma.
Io credo che i matrimoni e le famiglie che ancora reggono, anche quelle di chi si proclama ateo, beneficino del patrimonio di valori che ancora abita quel sentimento popolare, così semplice e diffuso, di matrimonio e di famiglia e della posizione, in essi, dell'uomo e della donna, che ci viene dalla tradizione cristiana e dalle forti radici che questa tuttora ha nella nostra società. Ma andando avanti, con il processo di scristianizzazione in atto, credo che, in futuro e nelle prossime generazioni, potranno reggere solo i matrimoni cristiani, dove la Grazia dona a genitori e figli che lo chiedano e lo desiderino, di compiere ciò che è umanamente impossibile: accettarsi per come si è, e perdonarsi, accettando il sacrifico dei propri istinti individualistici a favore di quel bene prezioso e superiore che è la famiglia.
Il matrimonio e la famiglia cristiana sono, in questo senso, un segno profetico per i nostri tempi, ai quali mostrano la bellezza dell'amarsi nel Signore, dello stare ed invecchiare insieme, dell'accettare la gioia ed il sacrificio dei figli. Dove i difetti dell'altro ne diventano motivo di maggior affetto ed attenzione.
Caro Don Giancarlo, so che, nei nostri cuori, c'è una condivisione profonda di questi beni preziosi che la Chiesa custodisce. E la Sua lettera a "Libertà" mi ha dato lo spunto e l'occasione per esprimerli.
Lalibertaonline
|