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Una risposta alle crisi matrimoniali PDF Stampa E-mail
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Cercar di capire le cause profonde di questa crisi e trovare delle risposte per un rinnovato e rafforzato legame matrimoniale.

ROMA, domenica, 21 ottobre 2007 (ZENIT.org).-Per la rubrica di Bioetica di questa settimana pubblichiamo una intervista al dott. Tonino Cantelmi, psichiatra e psicoterapeuta, sulla crisi del matrimonio.

In un rapporto dal titolo "Relazione sull'Evoluzione della Famiglia in Europa 2007", la Rete Europea dell'Istituto di Politica Familiare (IPF, http://www.ipfe.org) ha evidenziato come nel periodo 1980 - 2005, tra divorzi, aborti, calo delle nascite, invecchiamento e insufficienza di politiche di sostegno, la famiglia monogamica rischi di scomparire dal panorama continentale.

In particolare, nonostante la crescita della popolazione di 33,8 milioni di unità, i matrimoni sono in enorme calo. Nei 27 Paesi dell’Unione Europea (UE) tra il 1980 e il 2005 il numero dei matrimoni è sceso del 22,3%. L’età di matrimonio si è spostata sempre più avanti: la media europea vede gli uomini sposarsi a 30 anni e le donne a 28, con un ritardo di circa 4,5 anni rispetto alle medie del 1980.

Cresce anche l’età media della prima maternità, che nella UE è prossima ai 30 anni. La media si interseca tra la Polonia che registra l’età più basa per la prima maternità (27,9 anni) e la Spagna che registra la maternità più tardiva (30,9 anni).

I matrimoni sono in calo e per nulla stabili. Negli ultimi 25 anni divorzi e separazioni sono cresciuti del 55%, fino ad una media di uno ogni 30 secondi. Dal 1990 al 2005 si contano13.753.000 fallimenti matrimoniali, con il coinvolgimento di 21 milioni di figli. Il record dei divorzi in Germania (quasi 380.000), seguita da Gran Bretagna e Francia.

In termini percentuali di aumento di separazioni e divorzi, prima è la Spagna con un incremento del (183%), segue il Portogallo con l’89% e l’Italia 62%.

Cresce anche il numero dei figli che nascono fuori dal matrimonio: i dati parlano di uno su tre. La percentuale dei bambini nati da genitori non sposati varia da un 55% in Svezia al 45% in Francia e al 14,9% in Italia fino al 4,9% della Grecia.

Per cercar di capire le cause profonde di questa crisi e trovare delle risposte per un rinnovato e rafforzato legame matrimoniale, ZENIT si è rivolto al dott. Tonino Cantelmi che insieme a Rachele Barchiesi, ha appena pubblicato il libro “Amori difficili. La crisi della relazione interpersonale e il trionfo dell'ambiguità” (San Paolo Edizioni, 272 pagine, 13 Euro).

Tonino Cantelmi è Presidente dell'Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici, Direttore dell'Istituto di Terapia Cognitivo-Interpersonale di Roma, professore di Psichiatria presso l'Università Gregoriana di Roma e Direttore del Servizio Ospedaliero di Psichiatria di Consultazione dell'IFO di Roma.

In Europa ogni 30 secondi c’è un divorzio, mentre in Italia, ogni giorno, ci sono 200 eseparazioni e 100 divorzi. Che cosa sta succedendo? E’ un sintomo di decadenza morale o è il matrimonio a non essere più adeguato ai tempi?

Cantelmi: Il problema non è il matrimonio o la moralità, ma il fatto che l’unica soluzione prospettata di fronte ad una forte conflittualità, oggi, sia la fuga. Ogni situazione va analizzata nello specifico e sarebbe sciocco fare di ogni erba un fascio, ma ciò che appare evidente oggi è che al momento della fatica, dello scontro e dell’incomprensione l’unica strada percorribile è scappare l’uno dall’altro.

Normalmente, se due persone litigano la soluzione più semplice che viene loro proposta è: “Se litigate vuol dire che non state bene assieme”. E anche nel mio ambito di lavoro, spesso si consiglia immediatamente la fine del rapporto, la separazione.

Ma, possibile che non vi sia un altro modo di affrontare il conflitto, possibile che siamo incapaci di gestirlo e superarlo? Il fatto che le relazioni affettive oggi siano divenute molto instabili non significa che si deve rinunciare per forza all’idea di famiglia.

Si tratta di trovare nuove strade per affrontare la conflittualità, a partire dal dato semplice ma mai scontato che le frustrazioni appartengono alla realtà e non esiste realtà, per quanto edulcorata dal consumismo, che possa risultare pienamente gratificante.

Spesso i nostri rapporti sono basati sul falso presupposto di un’intesa naturale e indefettibile, fatta di attrazione fisica, di amore romantico, di sentimenti condivisi in modo assoluto e perenne. In realtà nelle storie d’amore, come in tutte le relazioni interpersonali, è insita una dose di conflittualità, data dalla diversità e soprattutto dalla posizione individuale di ciascuno.

Perché oggi sembra così difficile, se non a volte impossibile, costruire relazioni affettive stabili e durature?

Cantelmi: C’è una grande illusione oggi, che viene fortemente alimentata dai mass media: quella di trovare vie brevi per la felicità, ricette fai-da-te per la realizzazione individuale. Questa ricerca può ingannare profondamente, perché le vie brevi sono molto semplici e immediate, ma un progetto d’amore richiede del tempo. Tutti cerchiamo l’emozione immediata, costruiamo dei rapporti affettivi basati quasi esclusivamente sulla ricerca dell’emozione, e siamo portati a lasciar perdere tutto, quando non proviamo più nulla. Costruire sull’emozione significa però rinunciare completamente alla progettualità, alla capacità di gestire un rapporto nel tempo. L’amore è un terreno complesso, come l’essere umano, e non può essere ridotto alla sua componente più immediata, qual è la passione, che pure ne fa parte.

Perché le persone preferiscono sedersi davanti alle telecamere del programma del momento piuttosto che sviluppare relazioni sociali per trovare l’anima gemella?

Cantelmi: Perché siamo l’esercito dei narcisisti, immersi nella cosidetta “cultura della visibilità”, che privilegia l’esperienza visiva rispetto agli altri tipi di conoscenza e di esperienza. È anche per questo che nasce l’esigenza di esaltare gli aspetti esteriori e superficiali della realtà a scapito dei suoi contenuti profondi.

La televisione assolve egregiamente questo compito: chi compare in tv – speaker, cantante, attore o sconosciuto – diventa un personaggio, un modello o addirittura un mito, seduce la fantasia di noi spettatori, ci affascina e ci suscita desideri narcisistici di visibilità.

Questa è la civiltà delle immagini e della spettacolarizzazione per cui si enfatizzano e si sopravvalutano gli aspetti legati alla visibilità, al look, alla ossessiva importanza attribuita alla moda e alla pubblicità, che abbelliscono e allo stesso tempo alterano, rendendo le persone qualcosa che non sono.

Il modo di apparire ha acquisito un peso determinante anche nella costruzione delle relazioni sociali: facilita l’assunzione, favorisce la carriera, è l’arma più efficace nella competizione e non da ultimo è fondamentale nella scelta del partner.

Nascere belli è già la premessa di una vita felice, perché rende più facile il rapporto con gli altri. Essere belli, dunque, è diventata quasi un’esigenza e se tali non si nasce, bisogna diventarlo con ogni mezzo anche con quello chirurgico. L’immagine diventa centrale anche per stare insieme.

Siamo spinti sempre di più ad esistere solo in funzione del nostro aspetto esteriore, curando il corpo con grande minuzia come se l’essenza di una persona fosse rintracciabile esclusivamente nel suo aspetto, come se solo lì fosse ciò che siamo.

L’altro diventa essenzialmente un oggetto che gratifica i propri bisogni narcisistici e le relazioni amorose hanno la funzione di confermare l’immagine positiva e superficiale e lieta di noi stessi. Sviluppare un rapporto nel tempo, attraverso la conoscenza e il confronto ci porrebbe altrimenti in una posizione di estrema vulnerabilità, ci esporrebbe ad aspetti più profondi e anche negativi di noi stessi, che da bravi narcisisti ci risultano insopportabili ed inaccettabili.

Perché sempre più persone cercano la trasgressione piuttosto che la saggia e amorevole relazione?

Cantelmi: Oggi basta un niente perché la noia invada una storia d’amore, perché ci si stanchi rapidamente di quello che l’altro suscita, perché l’attrazione si spenga. Ci si sveglia un giorno che non si è più innamorati e la storia finisce. Punto e a capo, contentandosi del fatto che “non si sente più niente…”, contentandosi di non aver capito perché è finita.

Oppure si fa del tradimento un’alternativa non solo possibile, ma auspicabile. Tutto questo perché oggi, per mantenere il proprio senso di esistere a un livello tale da impedire la disperazione, sembra urgente cercare emozioni forti e sensazioni nuove (sensation seeking). Alcuni studi dimostrano che sta aumentando questa tendenza di andare a caccia di sensazioni forti, di correre il rischio, osare, spostare sempre un po’ più in là i limiti propri e delle proprie relazioni, disinibirsi.

La ricerca di trasgressione rappresenta l’espressione di questa spinta interna, a vivere sensazioni forti per raggiungere una condizione di eccitamento, senza la quale ci si sente vuoti e soli. Stiamo diventando tutti suscettibili alla noia, pressoché incapaci di sopportare ciò che non cambia in maniera vistosa, ci stanchiamo facilmente di qualsiasi situazione e relazione, pressati dalle repentine fluttuazioni culturali e tecnologiche che subiamo.

Quando la spinta interna è questo bisogno di sensazioni e di emozioni che diano la conferma di essere vivi, la possibilità di costruire delle relazioni sagge e amorevoli si frantuma, perché l’altro diventa un mezzo per procurarsi piacere e sensazioni, tutto e subito.

Una relazione duratura costringe il nostro sguardo fuori di noi, alla persona che abbiamo accanto. Oggi invece lo sguardo si sta spostando massicciamente all’impatto emotivo che l’altro ci procura. O ci fa star bene e ci mantiene il livello di piacere alto, oppure se ne va in cerca altrove, spostando il limite sempre un po’ più in là.

Perché l’amore, quello vero, tanto agognato, sembra essere divenuto disperatamente difficile?

Cantelmi: Perché l’amore, quello vero, è per sua definizione andare incontro ad un altro, nella sua diversità, e quindi uscire da se stessi. Per costruire un amore vero, occorre compiere un movimento di uscita dal proprio piccolo mondo narcisistico, che non può alimentarsi solo dell’emozione che l’altro ci suscita.

È un amore che unisce ragione ed emozione, che si basa sull’intimità e sulla fedeltà ad una scelta, coinvolge un atto della volontà, richiede disciplina e riconosce la necessità di una crescita personale, perché il bisogno fondamentale dell’essere umano non è quello di vivere intense emozioni d’amore, ma di essere veramente amati da un’altra persona, vivere un amore che nasce da una scelta e non esclusivamente dall’istinto.

Chiunque, infatti, ha bisogno di essere amato da una persona che scelga di amarci, che veda in noi un individuo che merita di essere amato. La nostra è una società che ha come programma la soddisfazione di tutti i desideri propri, in una specie di rincorsa frenetica alla saturazione.

L’esperienza dell’innamoramento innesca proprio questo senso di soddisfazione sensoriale e diventa il criterio con cui si costruisce una storia. Ma l’esperienza dell’innamoramento, inteso come l’esplosione della passione e delle sensazioni, non dovrebbe essere definita “vero amore”, per tre ragioni.

Innanzitutto innamorarsi non è un atto della volontà o una scelta consapevole, infatti sulla passione il nostro controllo è pressoché inesistente. In secondo luogo, non è vero amore perché non richiede sforzi, qualsiasi cosa facciamo, infatti, l’esperienza dell’innamoramento rende piacevoli gli impegni e richiede un limitato sforzo consapevole da parte nostra; la natura istintiva dell’innamoramento ci spinge a compiere l’uno per l’altra azioni inconsuete e innaturali. Siamo catapultati in un’orbita emotiva completamente nuova, in cui la nostra capacità di ragionare è ridotta e spesso ci sorprendiamo a fare e dire cose che non avremmo mai fatto e detto in altri momenti.

Infine, una persona innamorata non è veramente interessata a favorire la crescita personale dell’altro. L’esperienza dell’innamoramento, in definitiva, non indirizza verso la propria crescita o verso la crescita e l’evoluzione personale dell’altro, ci dà l’impressione invece di essere arrivati e di non avere più bisogno di niente, tanto meno di crescere, ci sentiamo all’apice della vita e il nostro unico desiderio è rimanerci.

Uscire da questo uragano emotivo, con il conseguente ritorno alla realtà ha alcune possibili conseguenze: o ci si separa, o si va alla ricerca di una nuova esperienza di passione, o si intraprende la difficile opera di imparare ad amarsi senza l’euforia dell’innamoramento, cercando di costruire l’intimità autentica nella scelta consapevole di stare insieme.Oggi si opta prevalentemente per la prima soluzione, come mostrano le statistiche di separazioni, tradimenti e trasgressioni.

Non crede che la banalizzazione del matrimonio porti ad una sua perdita di sacralità, così come il rifiuto della relazione di famiglia sia anche un rifiuto di Dio?

Cantelmi: Il punto è che assistiamo all’affermarsi di una cultura che ridicolizza la nostra umanità nei suoi significati più profondi e costringe l’esistenza entro orizzonti minuscoli ed egoistici. Questo inevitabilmente costituisce un rifiuto di Dio. Perché la nostra fede non è qualcosa che costringe l’essere umano in una gabbia di divieti, qualcosa che si oppone alla nostra umanità.

È piuttosto qualcosa che va ad illuminare la nostra condizione, la spinge verso nuove strade, la apre verso nuovi orizzonti. È chiaro che provare a gettare le basi per ricostruire significati profondamente umani significa anche ricostruire, un pezzo per volta, la sacralità delle relazioni e ancora di più del matrimonio.

La proposta di una vita relazionale fedele, casta e duratura può essere rivolta a tutti gli uomini e a tutte le donne, e può rivelarsi straordinariamente soddisfacente anche per chi vive immerso in questo nostro tempo. Questo aiuterà l’uomo a riscoprire la sacralità dell’essere umano, della sua sessualità e di quella scintilla divina che vi dimora.

 

Dal sito di zenit

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