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| Dico, tempesta in arrivo sulle aziende di famiglia |
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Prevedere il diritto di successione retroattivo per i conviventi porterebbe alla revisione di accordi già raggiunti e potrebbe aumentare la conflittualità nel momento del passaggio generazionale Le polemiche sono state, e sono ancora, furibonde. Ma finora si è parlato, discusso, litigato sui Dico — cioè sui diritti e doveri dei conviventi previsti dal disegno di legge varato dal governo lo scorso febbraio — per le divisioni nella maggioranza, per l’opposizione del centro- destra, per le posizioni ufficiali in stridente contrasto con le posizioni personali di alcuni degli oppositori ai Dico e, soprattutto, per le prese di posizione della Chiesa. C’è, però, un altro luogo dove i diritti dei conviventi di cui si discute, così come la nuova normativa sulla filiazione proposta dal ministro Bindi, vengono guardati e pensati. Ed è il luogo dell’impresa familiare. Cioè di uno dei principali attori dell’economia italiana: l’82% delle imprese sono a controllo familiare e ben 42 delle prime 100 aziende italiane sono di questo tipo. Da un lato, imprese. Dall’altro, famiglie come le tutte le altre sotto il profilo dei sentimenti. E specchio fedele di quella profonda trasformazione che ha caratterizzato negli ultimi decenni la società italiana e il suo asse portante, la famiglia appunto. Così, tra le dinastie dell’economia si trovano e si vivono le stesse situazioni della famiglia normale. Ci si sposa e ci si separa, a volte si divorzia (come si sa, non tutte le separazioni si concludono in divorzio), magari più volte in una vita. Si convive liberamente. Si fanno figli nel matrimonio e fuori del matrimonio, spesso in tutte e due le situazioni. Basta scorrere l’elenco delle società quotate o delle principali società italiane a capitale familiare e basta sfogliare i giornali per vedere come le famiglie che fanno capo agli imprenditori siano in tutto e per tutto uguali alle altre. Anzi, di solito sono ancor più composite grazie alle alte disponibilità di reddito. Dai Benetton ai Berlusconi, dai Bulgari ai Del Vecchio, dai Garavoglia ai Gismondi o ai Ligresti, dai De Benedetti ai Marzotto, dai Natuzzi ai Tronchetti, giusto per citare qualche nome tra quelli più pubblici. Ma queste famiglie sono anche imprese. E quando arriva il momento della successione la complessità della vita sentimentale piomba sull’azienda. Ogni anno 80mila imprenditori sono coinvolti nel passaggio generazionale, secondo i calcoli di Aidaf, l’associazione delle aziende familiari. Più grande è il patrimonio, però, maggiore è l’aiuto che si può ottenere per non fare disastri. Non è un caso che, tra tutti i professionisti che si occupano di questi temi, siano i notai — che seguono il momento della successione ereditaria — quelli che più di altri hanno studiato i nuovi provvedimenti che il governo ha messo sul tavolo, i Dico soprattutto, pur se ormai tutti sono convinti che la legge non passerà. Ma la discussione è partita e prima o poi qualcosa succederà. Anche la parificazione dei figli naturali con i figli legittimi — il cui varo appare molto più probabile essendo scontato sotto il profilo culturale — imporrà nuovi accordi. Il punto delicato è, appunto, quello dell’eredità: i provvedimenti in discussione aggiungono nuovi attori «obbligati» (vedere le schede in pagina). «Imporre forzatamente determinate comunioni può essere bello sotto il profilo morale, ma nella pratica il rischio è quello di creare maggior contenzioso di quel che già c’è oggi», dice per esempio Eliana Morandi, notaio a Udine e componente della commissione Affari europei e internazionali del Consiglio del notariato. Come sanno gli avvocati specializzati, le questioni di una singola famiglia diventano spesso di tutto il clan quando c’è di mezzo un patrimonio importante condiviso. «Capita spesso — dice Anna Galizia Danovi, avvocato — che non si arrivi al divorzio perché il gruppo allargato non desidera che si rimettano in discussione gli equilibri raggiunti, magari con l’ingresso in futuro di un nuovo partner. Oppure, se si divorzia, non ci si risposa per non pregiudicare le intese raggiunte con il primo coniuge, disponibile a cedere in favore dei propri figli ma non se c’è un nuovo coniuge». Snodi delicati. E, infatti, molti accordi sul passaggio generazionale escludono dal possesso delle azioni i parenti non consanguinei, come i coniugi, che devono cedere agli altri le azioni avute per via ereditaria. Facile immagine le conseguenze che avrebbe la previsione, contenuta nel ddl dei Dico, di assicurare anche ai conviventi una parte di eredità importante dopo nove anni di vita in comune. A portare sicuri problemi sarebbe soprattutto la previsione, nello stesso provvedimento, di poter dimostrare l’esistenza di una convivenza «retroattiva»: «Metterebbe diritti importanti in capo a persone che non si sapeva li avessero, rimettendo in discussione i patti già definiti», sottolinea Guido Corbetta, docente in Bocconi di strategia delle imprese familiari. «Dobbiamo deciderci a mettere l’azienda al centro dei ragionamenti, perché è un bene collettivo, i cui interessi devono essere prevalenti rispetto a quelli del singolo erede», sostiene Gioacchino Attanzio, direttore dell’Aidaf, l’associazione che ha fortemente voluto i «patti di famiglia », entrati nel nostro diritto un anno fa e che sono stati, secondo Francesco Pene Vidari, notaio a Torino, «un passo avanti dell’ordinamento, perché hanno offerto uno strumento in più e perché hanno dato inizio a un trend che andrà verso la contrattualizzazione del diritto successorio ». Il punto, forse, non è osteggiare le evoluzioni della società, ma governarle. «Finora — dice Maria Dossetti, docente di diritto di famiglia all’università Bicocca di Milano — la cultura prevalente è stata di non porsi il problema del "dopo", sia nella famiglia normale sia, soprattutto, nell’impresa, tanto e vero che ancora oggi i testamenti in Italia sono minoritari. Eppure, gli strumenti per dare una effettiva tutela, per esempio ai conviventi, esistono. È necessario imparare a prendersi in mano il proprio destino usando l’autonomia per tutto, anche per determinare il proprio futuro successorio». Maria Silvia Sacchi 02 aprile 2007
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