 | Un padre del secolo scorso Attraverso queste colonne ho deciso di portare alla vostra attenzione un caso giudiziario che personalmente mi ha piuttosto colpito. |
Si tratta infatti del rapporto fra un padre severissimo ed il figlio, di tenera età. Di fronte a tanti padri italiani che lottano in Tribunale per non perdere il contatto con i propri figli a seguito della separazione, il caso segnalato è veramente paradossale (nel senso che qui c’è un padre che per sua colpa “decide” di perdere il rapporto con il figlio); ma proprio questo paradosso, ad avviso dello scrivente, rende il caso particolarmente adatto a codesti utenti. Ma partiamo dall’analisi dei fatti. Siamo in Italia settentrionale. Un uomo diventa padre ma invece di sviluppare un amore viscerale per la creatura che ha dato alla luce, pone in essere una serie di condotte durissime ed assurde nei confronti del figlio. Questi, infatti, quando non ha nemmeno due anni di vita, viene sottoposto ad una educazione rigidissima, ai confini del sadico (il termine sadico è usato dai giudici). Educazione rigidissima significa non tollerare nessuna delle debolezze tipiche dei bambini piccoli. Alcuni esempi. Il figlio veniva legato alla sedia durante i pasti, per evitare che si potesse alzare da tavola (è infatti noto che i bambini difficilmente riescono a stare per parecchi minuti fermi); se il figlio rifiutava il cibo il padre lo costringeva ugualmente a mangiarlo, anche nell’ipotesi in cui lo avesse precedentemente rigurgitato; i cartoni animati poteva soltanto sentirli e non anche vederli (davanti alla tv, cioè, il bambino veniva bendato); quando il bambino veniva messo in punizione, spesso veniva rinchiuso nella cantina.
Mi fermo qui. Vi sarebbero altre condotte assolutamente discutibili, ma si è delineato un quadro della situazione sufficientemente chiaro e non occorre precisare altro. Preme soltanto ribadire che le condotte testè descritte erano poste in essere nei confronti di un bambino di 2 anni. Continuando nell’analisi dei fatti, ad un certo punto la madre si stufa di un’educazione così severa e chiede al Tribunale l’allontanamento del padre dal figlio. Ma i guai per il padre sono appena all’inizio; viene infatti denunciato e processato per le condotte tenute. Sia in primo che in secondo grado arriva la condanna a carico del genitore, condanna poi confermata dalla Cassazione. Tuttavia, il padre non veniva condannato per il reato (sanzionato pesantemente) di maltrattamenti in famiglia, ma veniva condannato per abuso dei mezzi di correzione o di disciplina. Tale ultimo reato non prevede una pena particolarmente pesante; tanto è vero che l’uomo veniva condannato a poco più di 3 mesi di carcere. Tre mesi di carcere per tutta quella serie di assurde condotte tenute nei confronti del figlioletto: pochi, si penserà. Il fatto è che alla base della mite pronuncia c’è un ragionamento preciso dei giudici; secondo il Tribunale, cioè, quando i genitori sono particolarmente severi con i figli, arrivando addirittura a maltrattarli, non debbono rispondere del grave reato di maltrattamenti ma solo di quello di abuso dei mezzi di correzione se (ecco il punto) alla base dei maltrattamenti vi è un fine educativo.
Sembra quindi indiscutibile che attraverso pronunce di questo tipo si legittimino almeno parzialmente sistemi educativi eccessivamente severi, figli dell’inizio del ‘900 ma che nulla hanno a che fare con il ventunesimo secolo. Nel ventunesimo secolo, almeno questa è l’opinione di chi commenta, legare un figlio, o bendarlo, o rinchiuderlo in un locale buio ed angusto, costituisce maltrattamento e non certo una forma di educazione inflessibile e severa. Costituisce maltrattamento e come tale va sanzionato.
Anche se sussiste la possibilità che qualche lettore, che magari ha provato sulla propria pelle sistemi brutali di educazione, non la pensi affatto come il sottoscritto e in perfetta buona fede ritenga la sentenza esaminata assolutamente equa (se non addirittura eccessiva). Dottor Francesco Biagini Patrocinatore Legale
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